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Il Natale di Crhistine

Per le vacanze di Natale organizzavamo delle piccole rappresentazioni, non so se lo facessero anche le altre famiglie, ma a casa nostra erano una specie di passatempo in cui noi bambini potevamo sbizzarrirci nel travestimento, interpretando i personaggi delle avventure dei fumetti e inventandone di nuovi, indossare senza paura di essere ripresi gli abiti e le scarpe degli adulti e parodiare il loro mondo; naturalmente Bea, mia sorella maggiore, era la regista che, comandandoci a bacchetta e scegliendo il tema dello spettacolo, ci faceva sempre sgobbare e metà del divertimento se ne andava così, l’altra metà invece se ne andava a causa della sua parossistica smania di potere e perfezione, a nessuno però veniva in mente di ribellarsi, come una legge scritta da tempo immemorabile. Mio fratello più piccolo Alberto era solito travestirsi da bambina, amava molto le parti femminili e, essendo circondato da donne, non poteva che essere così, ma nella sue interpretazioni femminili esagerava le pose delle bambine, sorelle o amiche che fossero e ironizzava sugli atteggiamenti, disattendendo così gli ordini della maggiore di noi tre. A volte partecipavano amici, compagni di scuola e cuginetti vari, coinvolti nella compagnia teatrale che rallegrava le serate degli adulti nel salotto di casa, stavo per scrivere nel salotto buono, ma in casa non c’era più di un salotto, casomai c’era lo studio di mio padre, che poi venne trasformato, a causa del numero di libri sempre in aumento, in biblioteca. Il tema della commedia quell’anno però fu deciso dal MagoMaggiordomo, che poi altri non era se non mio padre, il MagoMaggiordomo era sempre pieno di sorprese, a Natale faceva cadere panettoni dal cielo, in estate nascondeva dolcetti sotto gli alberi in giardino, per il compleanno di ciascuno di noi aggiungeva una sorpresa ai regali che già avevamo progettato di ricevere; in quella occasione, dunque, decise il tema della serata sarebbe stata la magia. La magia? Mio fratello si considerò fortunato, per Natale aveva chiesto e ottenuto un manuale di magia, pensai subito che avrebbe battuto tutti con un trucco magnifico, mia sorella era sconcertata dalla imposizione del mago, ma non poteva ribellarsi, anche perché dimostrandosi sempre molto matura per la sua età aveva fatto importanti conquiste che presto l’avrebbero portata a scelte totalmente indipendenti dalla famiglia, a me invece toccò l’amaro calice e berlo anche fino in fondo. Tanto ero negata per la matematica quanto lo ero per la magia, la magia? Vi rendete conto? Avrei preferito sprofondare, sognai di sprofondare e contemporaneamente pensai a come vendicarmi su Alberto, era colpa sua se era stato scelto un tema così difficile, lui e il suo stupido manuale che non riuscivo neppure a comprendere, magnanimamente infatti mio fratello aveva lasciato sbirciare il bel volumetto a ciascuno di noi, benché mi sforzassi di guardare le figure e leggere le parole, proprio non ca-pi-vo e tuttora faccio fatica a capire i trucchi dei maghi, come era venuto in mente al MagoMaggiordomo di punirmi così? La serata per me sarebbe stata un fiasco! Bea s’impegnò a fondo nello studio di un trucco in particolare, quindi decretò, questo è il termine che mi viene in mente tutte le volte che ripenso a quei momenti, che avevamo dieci minuti d’orologio per prepararci e poi sarebbe scattata la performance. A ognuno di noi fu riservata una stanza della casa dove potevamo provare indisturbati, mi rifugiai in cucina disperata, mia madre era appena uscita a fare compere e sarebbe rientrata giusto in tempo per lo spettacolo, mio padre fumava la pipa in salotto in attesa e del rientro della moglie e dello spettacolo con cui lo avremmo deliziato. Dalle altre camere dove erano i provetti maghetti non si sentiva alcun suono, cominciai a afferrare gli oggetti sparsi per la cucina, tanto per far credere che fossi impegnata in una qualsiasi attività magica, ma in realtà attendevo il miracolo e sentivo il fiato sul collo dei miei avversari, finché mi venne un’idea afferrando un vecchio barattolo di caffè in polvere, era vuoto ma faceva rumore lo stesso, mi chiesi cosa potesse essere, la soluzione al mistero era lì sul fondo del barattolo d’alluminio. All’ora stabilita, uscimmo dalle rispettive camere, mia sorella, vestita di rosso, i capelli perfettamente legati a coda di cavallo con un nastro in tinta, fece persino l’inchino al pubblico e mia madre, rientrata in quel momento applaudì in attesa, Bea si esibì in un complicatissimo trucco basato su una cordicella i cui nodi apparivano e scomparivano, ma tanto è inutile cercare di spiegarvelo perché non ci capii nulla, venne il turno di mio fratello che, gonfiando il petto chiese addirittura che venissero abbassate le luci, un vero professionista, scosse un mazzo di carte, che sembrava enorme nelle sue mani piccole e paffute e si esibì in un magnifico gioco in cui le carte apparivano e scomparivano, si capiva che c’era il trucco ma anche se me lo avesse spiegato non lo avrei capito. Non ipnotizzò però l’esiguo pubblico quanto il trucco a cui stava per assistere, mi ero lasciata apposta l’ultimo posto nello spettacolo.

Sono convinta che la magia esista e il trucco da mago, dico il tipico trucco da mago non ha niente a che vedere con essa. Esordii così, Bea bisbigliò qualcosa all’orecchio di mio fratello che sogghignò, i maghetti in erba attendevano annoiati che mi togliessi di mezzo per decretare il vincitore della serata, afferrai il barattolo d’alluminio e lo mostrai agli spettatori come una vera professionista della magia, se avessi avuto un body nero e un collant nero sarei stata la perfetta assistente del mago, ma dovevo accontentarmi del vestito di lana giallo riciclato da mia sorella. Il barattolo è vuoto come potete vedere. Poggiai il contenitore del caffè sul palmo della mano e poi muovendo le dita dell’altra dissi le mie parole magiche segrete, segretissime, poi agitai il barattolo che emise un baccano infernale mentre i miei fratelli mi guardavano stupefatti, quella parve loro veramente una magia. Al momento giusto feci saltare fuori le invisibili molliche di pane secco depositate sul fondo e poi, con perfetto stile da apprendista stregona, riportai l’attenzione sulla profonda vuotezza del barattolo. Rifallo! Rifallo! urlò mio fratello divertito. Hai barato! Hai barato! diceva invece mia sorella indispettita dal mio ‘vero’ trucco, l’ossimoro mi piacque talmente tanto che subito annunciai che i trucchi veri non si possono rifare a comando, lasciai il palcoscenico come solo una vera star sa fare.

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Medieval Selfies

medievalbooks

Self-portraits of medieval book artisans are as exciting as they are rare. In the age before the modern camera there were limited means to show others what you looked like. In the very late medieval period, when the Renaissance spirit was already felt in the air, some painters made self-portraits or included themselves in paintings commissioned by others. Stunningly, the medieval painter Jan van Eyck showed himself in the portrait of Giovanni Arnolfini and his fiance: he is staring at you from the mirror that is hanging behind the couple. For those who still didn’t get it, he painted above it Johannes de eyck fuit hic, Jan van Eyck was here” (Fig. 1, more here). He added the date 1434 to the picture, making it a particularly early selfie.

Jan van Eyck, Giovanni Arnolfini and his fiance, 1434 (right) and mirror detail (left) Fig. 1 – Jan van Eyck, Giovanni Arnolfini and fiance (right)  and mirror detail (left)

As far as producers of books is concerned, there were only two kinds…

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New theme: Harmonic

The WordPress.com Blog

Today, we have a brand new free theme for you to enjoy!

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Harmonicis a unique theme that really lets your content sing. Maybe you’re a band looking to make your home on WordPress.com. Perhaps you’re a photographer looking to showcase your work. You may be a blogger who just wants a theme that looks a bit distinctive. Harmonic has you covered.

With Harmonic you can build your own front-page layout. Choose from a title screen, showing your latest posts, page content, widgets or even a photo showcase using the Portfolio Custom Post Type. If sharing your writing is your aim, Harmonic has you covered with a simple, elegant, two-column blog layout. This theme also adapts to fit any device, making sure readers get a great experience, no matter which device they use when they visit you.

Harmonic is designed by yours truly and I really hope you enjoy…

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Post Tenebras. I racconti del cimitero in formato cartaceo!

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‘Post Tenebras. I racconti del cimitero’ è uscito, in formato cartaceo!
La signora della foto sembra essersi appropriata senza battere ciglio di una delle prime copie! La foto è stata scattata accidentalmente presso il Cimitero degli Inglesi a Firenze, da Christine de Poladoc  autrice del racconto ‘Sante, sorelle e suppliziate’. Addirittura il libro, fresco di stampa, sembra voler raggiungere uno dei luoghi maggiormente amati dagli autori di ‘Post Tenebras. I racconti del cimitero’, infatti Fabio Nocentini s’ispira al Cimitero degli Inglesi di Firenze, per il racconto ‘Con te per l’eternitá’… chissà che altre apparizioni non avvengano in altri simili ambienti? Speriamo di poterne dare notizia a tutti voi nei prossimi articoli!

RUBACUORE

Rubacuore

La serie di eleganti villette a schiera era immersa nel silenzio. Avvolto nel buio della notte e senza alcuna difficoltà, Steve entrò nella prima con l’intenzione di svaligiarla insieme alle altre. Raggiunse la scalinata nel silenzio più totale e salì verso le camere da letto, dove supponeva potesse essere il malloppo, ma rimase paralizzato dalla luce che filtrava da una delle stanze: non poteva credere ai propri occhi, gli avevano assicurato che quelle case erano vuote e la zona si popolava solo nei fine settimana. Si fece coraggio e aprì con cautela la porta di quella che chiaramente era una camera degli ospiti: un letto matrimoniale, un comodino con un piccolo abat-jour acceso e una figura in penombra che cercava di aprire una cassaforte…
Steve riconobbe gli scatti metallici, ma sembrava che il suo “collega” non conoscesse affatto il mestiere. Avvicinandosi con passo felpato notò che il concorrente, di corporatura minuta, sembrava un adolescente che per la prima volta si affaccia al mondo del ladrocinio:
«Sorpresa!» sibilò alle sue spalle puntandogli il piccolo cacciavite nel costato, deciso a non farsi soffiare la refurtiva; spintonandolo, lo fece cadere a terra, gli strappò la ridicola maschera che indossava e quando vide quei due profondi occhi azzurri e i riccioli biondi, illuminati dal fioco raggio della torcia, che le ricadevano sul viso, rimase interdetto.
Era partito con l’idea di dare una lezione a quel piccolo farabutto, ma dovette trattenere la mano che stava per sferrare un sonoro ceffone:
«Sei una donna…?»
Si sposarono quindici giorni dopo, alla presenza della crème della crème della criminalità, sulla bella spiaggetta antistante le villette a schiera che avevano ripulito insieme. Da quella volta Steve venne chiamato Rubacuore!

Pubblicato nel volume

Dritto al Cuore
Antologia del mistero,
del grottesco e della follia

Galaad Edizioni, 2014

Il ricavato verrà devoluto al progetto “Mettici il cuore” dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

http://scrivimi-ancora.webnode.it

Obelisco

L’obelisco

  

Era una giornata piovosa, ma c’era il sole; mi attendevano a Pigalle, ma ero ancora lì a Place de la Concorde, non potevo andare via senza aver visto l’atto finale di quella scena da film. L’avevo notata subito, aveva un caschetto nero, la pelle bianca e lentigginosa, gli occhi grandi e la bocca carnosa, un vestitino leggero e scarpette leggere malgrado la pioggia. Erano sì e no le cinque della sera ed il traffico stava diminuendo; un uomo faceva il giro della piazza per la seconda volta giungendo fin sotto l’obelisco e poi si allontanava con aria indifferente; non aveva ombrello e come se nulla fosse continuava ad inzupparsi. L’obelisco guardava.

Lei, arrivando da una stradetta laterale, subito si nascose alla vista dell’uomo e bisbigliò qualcosa ad un’amica che le era accanto; si ritrassero entrambe quando lui passò lì vicino, non le vide e continuò imperterrito la circumnavigazione della piazza. Le due poverette con un unico ombrello si proteggevano come potevano e “Caschetto” disse all’amica qualcosa mostrando la scarpetta tutta bagnata; l’altra, più risoluta, la strattonò per un braccio e con cipiglio da dura la spinse avanti a sé; “Caschetto” per un po’ rimase immobile, quasi in mezzo alla piazza, poi, come se l’amica l’avesse caricata a molla, si incamminò verso l’uomo decisa.

— Chiamalo! — le urlò l’amica da dietro, ma lei, come un soldatino di piombo, andava avanti verso l’uomo senza l’ombrello che, manco a farlo apposta, aveva allungato il passo. L’amica brontolava qualcosa, “Caschetto” lo seguiva cercando di camminare velocemente per non essere troppo distanziata e tuttavia non si decideva a chiamarlo. La pioggia aveva inzuppato anche lei. Quando lo aveva quasi raggiunto, allungando il braccio a sfiorargli una spalla, lo aveva mancato; era stanca, aveva attraversato tutta la piazza e non teneva più il ritmo dell’uomo senza l’ombrello; fece ancora qualche passo in avanti, poi sembrò arrendersi al destino avverso: la pioggia, la gente che stava riempiendo la piazza per raggiungere la metropolitana e che si era frapposta al suo bersaglio, la confusione e lei che si sentiva fradicia e agitata. Un’ultima volta, quando fra loro non c’era più folla, allungò la mano quasi con violenza e, sorpresa dal suo stesso ardire, lo fece girare su sé stesso porgendo così il profilo al mio sguardo. Scorsi un volto intenso che si rabbuiò in quell’istante, ma appena lui l’ebbe riconosciuta sotto i capelli fradici, rimase un momento sorpreso.

È strano… anche lei, come riflettendosi in uno specchio, si rabbuiò, poi lo guardò con sorpresa e sorrisero entrambi agli occhi bramosi l’uno dell’altra.